Aurora FORTE
CV
Aurora Forte ha conseguito la Laurea Magistrale in Filologia Moderna presso l’Università degli Studi di Salerno con votazione 110/110 con Lode, presentando una tesi in Storia delle Istituzioni Politiche dal titolo “Le Rivoluzionarie del 1848-1849. Partecipazione, rappresentazioni e autorappresentazioni”. Ha inoltre conseguito il riconoscimento dei 24 CFU per l’insegnamento presso l’Università degli Studi di Salerno nel 2022 e le è stato riconosciuto il premio di laurea istituito dall’ente regionale ADISURC nel 2023. Durante il percorso di formazione della laurea magistrale ha effettuato il tirocinio presso il CIRC partecipando a numerose iniziative tra cui la collaborazione alla segreteria organizzativa del Convegno “I briganti e le vittime della nazione: Il paradigma vittimario dal Risorgimento alla seconda Repubblica (1794-2020)” del 4-5-6 Maggio 2022.
Tutor
Carmine Pinto
Università di Salerno
Co-tutor
Alessandro Bonvini
Università di Salerno
e
Sabrina Mutino
Museo Nazionale di Potenza (MIC)
Progetto di ricerca
Potenza e la provincia di Basilicata tra periferia e nazione: mobilitazione politica, conflitto civile e costituzionalismo liberale nel Mezzogiorno preunitario (1848-1860)
La ricerca si concentra sulla lotta politica a Potenza nel decennio preunitario. Si vuole comprendere, attraverso lo studio di una città del Mezzogiorno interno, in che modo le periferie dell’Italia ottocentesca possano essere lette come veri e propri laboratori di politicizzazione, di elaborazione di culture politiche, di trasformazione istituzionale nel contesto del Nation Building italiano. Attraverso l’analisi del decennio compreso tra il 1848 e l’insurrezione lucana del 1860, la tesi indaga le forme con cui le élite provinciali del Mezzogiorno costruirono reti di mobilitazione, svilupparono pratiche di governo, gestirono il cambio di regime e contribuirono alla fondazione del nuovo Stato unitario, sperimentandone strutture politico-istituzionali e dinamiche operative. Lo studio si colloca nel confronto storiografico che ha recentemente rinnovato l’interpretazione degli antichi stati italiani, del conflitto politico e civile nel Mezzogiorno risorgimentale, della violenza e della mobilitazione politica nella costruzione dello Stato unitario. Il tema consente di adottare un approccio interpretativo che intreccia la delegittimazione delle monarchie borboniche con il conflitto civile di lunga durata, in un quadro sintetizzato nello scontro tra assolutismo e liberalismo prima, tra legittimismo e unitarismo poi. La crisi della sovranità tradizionale, apertasi negli anni Novanta del Settecento, fu un processo lungo e non lineare: produsse la frammentazione delle istituzioni borboniche, instaurò una condizione di conflitto endemico tra difensori dell’ordine legittimo e sostenitori di un nuovo ordine costituzionale, e costruì, nelle province meridionali, le condizioni per la formazione di culture politiche liberali strutturate. Il sistema borbonico non risolse questo conflitto sul piano politico: vi rispose con la violenza istituzionale, la repressione sistematica, la sorveglianza capillare. Una scelta che accelerò la maturazione di quelle élite provinciali decise, nel 1860, a gestire la transizione al nuovo Stato. Le circolazioni rivoluzionarie - traiettorie transnazionali di idee, modelli e pratiche politiche sviluppatesi dal tardo Settecento - costituiscono l’elemento interpretativo centrale nei processi di politicizzazione delle province meridionali. L’incontro tra le élite locali e le categorie politico-concettuali di matrice illuministica e giacobina, veicolate attraverso reti intellettuali, esuli, esperienze insurrezionali e canali informali di comunicazione, stimolò la rielaborazione delle culture politiche territoriali in senso liberale e ne fissò i quadri di riferimento organizzativi. La categoria di «rivoluzione disciplinata» - processo di trasformazione politica mediato da élite capaci di tradurre la rottura rivoluzionaria in continuità istituzionale - costituisce il principale nucleo interpretativo della ricerca. Ad essa si affiancano la politicizzazione periferica, il borbonismo come logica strutturale di esclusione politica, la frattura tra élite e sovrano prodotta dall’uso sistematico della violenza di governo, la costruzione di apparati di sorveglianza e delle liste di «attendibili» come strumenti di controllo del dissenso. In tale prospettiva, il movimento risorgimentale divenne il quadro ideologico e organizzativo entro cui i ceti dirigenti locali costruirono reti di mobilitazione, rivendicarono un nuovo ordine costituzionale e anticiparono strutture politico-istituzionali del nuovo Stato. La ricerca restituisce a Potenza e alla Basilicata la soggettività politica del loro contributo al processo unitario: non province passive, ma laboratori in cui l’esperienza di conflitto civile si tradusse in pratiche di governo, in patti politici, in capacità di gestire il cambio di regime.